Chi è il 3%? La risposta più immediata sarebbe cercare i nomi delle persone più ricche del mondo. Sarebbe anche il modo più rapido per sbagliare. La ricchezza è una riserva di possibilità; il potere reale è la capacità di trasformare quelle possibilità in decisioni che modificano la vita degli altri. Significa poter orientare il credito, influire sulle regole, controllare un’infrastruttura indispensabile, determinare ciò che milioni di persone vedono oppure rendere possibile — o impossibile — lo sviluppo di una tecnologia.
Nel quadro fondativo del Progetto 3%, il 3% è la fascia della popolazione che possiede un’influenza sproporzionata sui sistemi collettivi. Non è una società segreta, non è un partito mondiale e non è un gruppo uniforme. Al suo interno esistono conflitti, rivalità, interessi nazionali contrapposti e visioni incompatibili. Ciò che accomuna i suoi componenti non è necessariamente un progetto condiviso. È la posizione occupata nella rete.
Per capire chi è il 3%, quindi, non dobbiamo chiedere soltanto: «Quanto possiede?». Dobbiamo domandare: quali decisioni può raggiungere, quali risorse può mobilitare, quali sistemi dipendono da lui e quanto facilmente può essere sostituito?
Il 3% non è una lista: è un’architettura
Una persona può essere miliardaria ma non possedere accesso politico, infrastrutture strategiche o capacità di orientare grandi organizzazioni. Un’altra può essere molto meno ricca, ma dirigere una banca centrale, un fondo sovrano, un’autorità di regolazione o un’azienda da cui dipende un’intera filiera tecnologica.
Per questo una mappa credibile deve distinguere almeno cinque forme di potere.
Il potere proprietario nasce dal controllo di azioni, holding, trust, fondazioni, diritti di voto e partecipazioni dirette o indirette.
Il potere allocativo appartiene a chi decide dove far arrivare credito, investimenti, coperture assicurative, capitale di rischio e finanziamenti infrastrutturali.
Il potere regolatorio riguarda chi può approvare leggi, modificare tassi, concedere licenze, applicare sanzioni, autorizzare fusioni o stabilire gli standard di un settore.
Il potere infrastrutturale appartiene a chi controlla sistemi difficili da sostituire: cloud, reti energetiche, semiconduttori, logistica, pagamenti, telecomunicazioni, piattaforme digitali e dati.
Il potere cognitivo, infine, determina quali informazioni raggiungono il pubblico, quali argomenti diventano centrali e quali alternative sembrano realistiche.
Il soggetto davvero influente è spesso quello che combina due o più di queste leve. È lì che il patrimonio smette di essere soltanto ricchezza e diventa capacità sistemica.
Primo cerchio: chi decide le condizioni del gioco
Il primo gruppo da osservare non è composto da imprenditori privati, ma dai vertici delle istituzioni pubbliche capaci di cambiare le condizioni entro cui tutti gli altri agiscono.
Le banche centrali ne sono l’esempio più evidente. La Federal Reserve spiega apertamente che le proprie decisioni sui tassi modificano le condizioni finanziarie e, attraverso queste, le scelte di spesa delle famiglie e gli investimenti delle imprese. La Banca centrale europea descrive lo stesso meccanismo: modificando il costo e la disponibilità del denaro, influenza consumi, prestiti, occupazione e attività economica.
Il potere, in questo caso, non appartiene semplicemente al presidente visibile dell’istituzione. È distribuito tra membri dei consigli direttivi, strutture tecniche, banche centrali nazionali, ministeri finanziari e organismi che producono dati e previsioni. Una mappa seria deve rappresentare l’organo decisionale**, non soltanto la sua figura più conosciuta.
Accanto alle banche centrali troviamo governi, autorità antitrust, regolatori finanziari, agenzie farmaceutiche, organismi per l’energia, istituzioni militari e autorità responsabili delle esportazioni tecnologiche. Possono permettere o bloccare fusioni, farmaci, centrali, piattaforme, acquisizioni, infrastrutture e trasferimenti di tecnologie strategiche.
Questi soggetti appartengono alla mappa del potere per funzione, non necessariamente per ricchezza personale. Il loro potere può inoltre essere temporaneo: cambia con la carica, il mandato e l’ordinamento politico. Per questo il Progetto 3% dovrà distinguere sempre tra potere personale permanente e potere istituzionale ricevuto temporaneamente.
Secondo cerchio: i grandi allocatori di capitale
Il secondo cerchio comprende le organizzazioni che decidono come distribuire quantità immense di denaro. Qui incontriamo gestori patrimoniali, banche sistemiche, fondi pensione, fondi sovrani, compagnie assicurative e operatori del capitale privato.
BlackRock ha concluso il 2025 dichiarando circa 14.000 miliardi di dollari in attività gestite. State Street indicava 5.700 miliardi di attività gestite e 53.800 miliardi in custodia o amministrazione. Vanguard serviva più di 50 milioni di investitori. Numeri di questa scala collocano queste organizzazioni in moltissime società e mercati contemporaneamente.
Qui serve una distinzione fondamentale: il denaro
Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare la leva creata dalla gestione. Quando gli investitori delegano il voto, i grandi gestori possono partecipare all’elezione dei consigli di amministrazione e alle decisioni sottoposte agli azionisti. Possono inoltre dialogare direttamente con i vertici delle società. BlackRock precisa che circa il 90% delle attività azionarie pubbliche dei propri clienti era collocato in strategie indicizzate nel settembre 2025: posizioni che, per loro natura, non vengono abbandonate semplicemente perché una singola azienda non convince.
Una ricerca del 2017 individuò BlackRock, Vanguard e State Street come il maggiore azionista combinato nell’88% delle società dello S&P 500 analizzate. Quel dato non può essere trasferito automaticamente al 2026, ma il metodo rimane essenziale: la proprietà deve essere studiata come rete, non azienda per azienda.
Le banche che il sistema non può ignorare
Il Financial Stability Board ha identificato 29 banche globalmente sistemiche nella lista del 2025. Il termine non significa che queste banche controllino i governi. Significa che la loro dimensione, complessità, interconnessione e insostituibilità potenziale sono sufficienti a rendere un loro dissesto rilevante per l’intero sistema finanziario.
Tra queste istituzioni compaiono grandi gruppi statunitensi, europei e asiatici. I loro dirigenti, consigli e principali azionisti devono entrare nel perimetro investigativo del Progetto 3%, perché queste banche decidono quotidianamente a chi concedere credito, quali operazioni finanziare, quali imprese accompagnare sui mercati e quali rischi rifiutare.

Non significa che ogni dirigente bancario appartenga automaticamente alle mille persone più potenti. Significa che i vertici responsabili delle divisioni realmente decisive — credito, mercati, grandi imprese, infrastrutture, gestione patrimoniale e rapporti istituzionali — rappresentano candidati prioritari da analizzare.
I fondi sovrani
Esiste poi un potere che unisce capitale e strategia statale. Il fondo sovrano norvegese aveva un valore di 21.268 miliardi di corone alla fine del 2025, con partecipazioni azionarie in circa 7.200 società e una quota media pari all’1,5% delle imprese quotate nel proprio universo di riferimento. Il Public Investment Fund saudita aveva dichiarato circa 913 miliardi di dollari gestiti alla fine del 2024. Temasek ha indicato un valore netto di portafoglio di 518 miliardi di dollari di Singapore al 31 marzo 2026.
Questi soggetti non sono uguali. Il fondo norvegese opera attraverso un mandato parlamentare e pubblica estensivamente partecipazioni e votazioni. Altri fondi hanno missioni più direttamente legate alla trasformazione industriale, alla politica economica nazionale o alla costruzione di alleanze internazionali.
La categoria corretta, quindi, non è «fondi cattivi» o «fondi buoni». È: capitale sovrano capace di collegare investimenti, politica industriale, diplomazia e infrastrutture.
Terzo cerchio: il capitale privato che entra nelle aziende
I grandi gestori quotati operano soprattutto attraverso partecipazioni pubbliche. Il capitale privato può invece acquisire aziende intere, finanziare debito, nominare amministratori, riorganizzare attività e investire direttamente in abitazioni, ospedali, energia, reti digitali e infrastrutture.
Alla fine del 2025 Blackstone dichiarava circa 1.300 miliardi di dollari gestiti. Apollo ne indicava circa 938 miliardi. L’ecosistema Brookfield superava i 1.000 miliardi e comprendeva infrastrutture, energia, immobiliare e capitale privato.
Anche in questo caso il patrimonio gestito non equivale a proprietà personale dei dirigenti. Tuttavia, determinate strutture di investimento conferiscono diritti di governance e possibilità operative molto superiori a quelle di un piccolo azionista disperso.
Per il Progetto 3% dovranno quindi essere mappati i soci decisionali, i comitati di investimento, le persone che nominano i consigli delle società controllate e i responsabili delle grandi piattaforme infrastrutturali. Non basta scrivere «Blackstone» o «Apollo». Occorre scendere fino al punto in cui una decisione viene realmente presa.
Quarto cerchio: i fondatori che hanno conservato il comando
Nel capitalismo tecnologico, la quotazione in Borsa non produce sempre una distribuzione equivalente del potere. Alcune società usano azioni con diritti di voto differenti, consentendo ai fondatori di raccogliere capitale pubblico senza perdere il controllo strategico.
Secondo il proxy statement di Meta del 2026, Mark Zuckerberg possedeva il 60,8% del potere di voto complessivo, pur detenendo una quota economica molto inferiore. In Alphabet, Larry Page e Sergey Brin controllavano insieme circa il 52,7% dei voti attraverso le azioni di classe B.
Questi non sono semplicemente miliardari famosi. Sono persone capaci
Il loro potere deriva dalla convergenza di quattro elementi: ricchezza personale, controllo societario, infrastrutture digitali e capacità di raggiungere direttamente miliardi di utenti.

Non tutti i fondatori tecnologici possiedono lo stesso grado di controllo. Alcuni mantengono quote rilevanti senza maggioranza assoluta; altri dirigono imprese strategiche ma possono essere rimossi dal consiglio; altri ancora controllano società private su cui esistono meno dati pubblici. La mappa dovrà mostrare queste differenze, non appiattirle sotto la parola «Big Tech».
Quinto cerchio: chi controlla i colli di bottiglia
Una società può acquisire un enorme potere senza possedere giornali, banche o partiti. Le basta controllare qualcosa di cui tutti gli altri hanno bisogno.
Nel cloud, un’indagine dell’autorità britannica per la concorrenza ha concluso nel 2025 che Amazon e Microsoft occupavano posizioni di significativo potere di mercato. Le aziende che costruiscono servizi digitali, sistemi pubblici e applicazioni di intelligenza artificiale possono trovarsi dipendenti da pochi fornitori difficili e costosi da sostituire.
Nei semiconduttori, ASML produce le tecnologie litografiche EUV necessarie alla realizzazione dei microchip più avanzati. TSMC occupa una posizione centrale nella produzione delle tecnologie di processo e del packaging avanzato. NVIDIA fornisce piattaforme di calcolo diventate fondamentali per una parte enorme dell’attuale espansione dell’intelligenza artificiale.
Nessuna di queste aziende può decidere da sola il futuro del pianeta. Ma governi, imprese e laboratori devono tenere conto della loro capacità produttiva, delle loro roadmap e delle restrizioni commerciali che le riguardano.
È il potere dell’insostituibilità. Non serve impartire ordini agli altri quando le loro possibilità dipendono da ciò che sei in grado di fornire.
La stessa logica deve essere applicata a energia, porti, cavi sottomarini, telecomunicazioni, satelliti, sistemi di pagamento, logistica farmaceutica e materie prime strategiche. La prima lista delle mille persone non potrà essere costruita partendo solo dai patrimoni. Dovrà partire anche dai colli di bottiglia.
Sesto cerchio: chi entra nella stanza prima della decisione
Il lobbying è il tentativo organizzato di informare e influenzare chi produce leggi e regolamenti. È un’attività legittima e, in molti casi, necessaria: governi e parlamenti hanno bisogno di competenze esterne per comprendere settori complessi.
Il problema nasce quando l’accesso è profondamente diseguale. Il Registro per la trasparenza dell’Unione europea contiene più di 12.000 rappresentanti di interessi. Negli Stati Uniti, associazioni come la U.S. Chamber of Commerce, la Business Roundtable e PhRMA compaiono stabilmente tra i soggetti con maggiori risorse dedicate all’influenza istituzionale.
La mappa non dovrà limitarsi ai clienti che pagano. Dovrà mostrare anche le società di lobbying, gli studi legali, le associazioni industriali, gli ex funzionari pubblici e i professionisti che collegano imprese e istituzioni.
Qui entra il fenomeno delle porte girevoli: persone che passano dal regolatore all’industria, dall’industria al governo o da un incarico politico a un’attività di consulenza. Il passaggio non dimostra automaticamente corruzione. Può però creare accesso, conoscenze, linguaggio comune e reti relazionali che altri cittadini non possiedono.
Per misurarlo serviranno date, incarichi, clienti, materie trattate e decisioni raggiunte. Una fotografia con un ministro non dimostra nulla. Una sequenza documentata di incarichi, riunioni, finanziamenti e interventi normativi può invece descrivere una relazione reale, senza bisogno di inventare complotti.
Settimo cerchio: chi organizza ciò che il pubblico vede
Il potere sulle decisioni non agisce soltanto dentro ministeri e consigli di amministrazione. Agisce prima, quando una società decide quali problemi meritano attenzione.
Il Media Pluralism Monitor 2025 ha classificato la concentrazione della proprietà mediatica e il dominio delle piattaforme digitali tra le aree europee a rischio molto elevato. Il Reuters Institute ha inoltre descritto come le strategie delle grandi piattaforme abbiano modificato la distribuzione delle notizie e reso gli editori più dipendenti da sistemi che non controllano.
Un proprietario editoriale può influire sulla linea di un gruppo mediatico. Una piattaforma può modificare l’algoritmo che distribuisce i contenuti. Un’infrastruttura pubblicitaria può decidere quali attività riescono a sostenersi economicamente. Un motore di ricerca o un assistente AI può diventare il passaggio attraverso cui milioni di persone incontrano una spiegazione del mondo.
Questo non significa che ogni contenuto venga ordinato dall’alto. Gran parte degli effetti nasce da incentivi commerciali, automatismi algoritmici e competizione per l’attenzione. Ma
anche un sistema privo di un regista unico può concentrare un’enorme capacità di selezione.La prima mappa dei soggetti influenti
A questo punto possiamo dare una prima risposta concreta alla domanda «chi è il 3%?». Non possediamo ancora i nomi definitivi, ma possiamo identificare i gruppi da cui dovrà partire l’indagine.
Nel nucleo istituzionale troviamo i componenti effettivamente decisivi delle principali banche centrali, dei governi delle maggiori potenze, delle autorità finanziarie, antitrust, tecnologiche, energetiche, sanitarie e militari.
Nel nucleo finanziario troviamo i vertici operativi dei maggiori gestori patrimoniali, delle banche sistemiche, dei fondi sovrani, delle assicurazioni, del private equity, del private credit e dei grandi fondi pensione.
Nel nucleo proprietario troviamo fondatori con controllo di voto, famiglie titolari di holding strategiche, proprietari di gruppi mediatici e beneficiari effettivi di reti societarie rilevanti.
Nel nucleo infrastrutturale troviamo chi decide su cloud, semiconduttori, energia, telecomunicazioni, pagamenti, logistica, satelliti, farmaci e dati.
Nel nucleo dell’influenza politica troviamo i responsabili delle principali associazioni industriali, delle reti di lobbying e delle strutture che possiedono accesso continuativo ai decisori.
Nel nucleo cognitivo troviamo proprietari e dirigenti di piattaforme, media, pubblicità digitale, motori di ricerca e sistemi di intelligenza artificiale che mediano l’accesso all’informazione.
Nel nucleo di collegamento troviamo infine le persone che attraversano più ambienti: consigli societari, governi, fondazioni, università, organizzazioni internazionali e grandi investitori.
Sono proprio questi ponti a rendere una rete potente. Una persona può non comandare formalmente nessuna delle organizzazioni attraversate, ma possedere una capacità straordinaria di mettere in contatto capitali, istituzioni, informazioni e opportunità.
Come decideremo chi entra nelle prime mille persone
La ricchezza resterà un indicatore, ma non sarà sufficiente. Ogni candidato dovrà essere valutato attraverso una scheda pubblica e verificabile.

Misureremo la portata decisionale: quante persone, imprese e istituzioni possono essere raggiunte dalle sue decisioni.
Misureremo la leva economica: non solo il patrimonio personale, ma il capitale che può realmente allocare, bloccare o indirizzare.
Misureremo la centralità della rete: quanti sistemi diversi collega e quanto sono strategiche le sue relazioni.
Misureremo l’insostituibilità: quanto sarebbe difficile continuare senza l’infrastruttura, la tecnologia o il ruolo controllato.
Misureremo la persistenza: se il potere dipende da una carica temporanea oppure può durare per decenni attraverso proprietà e diritti di voto.
Misureremo la capacità cognitiva: influenza su media, piattaforme, ricerca, pubblicità e costruzione dell’agenda pubblica.
Misureremo infine il divario di visibilità: la distanza tra il potere effettivo e la conoscenza pubblica di quel potere.
Ogni punteggio dovrà avere un livello di affidabilità. Dove i dati non esistono, scriveremo «sconosciuto». Dove esistono soltanto stime, mostreremo il metodo. Dove le fonti divergono, la voce sarà classificata come controversa.
Quello che questa prima mappa non dimostra
Non dimostra che tutti i soggetti nominati agiscano insieme. Non dimostra che un gestore patrimoniale controlli automaticamente ogni società presente nei propri fondi. Non dimostra che una spesa di lobbying produca necessariamente il risultato desiderato. Non dimostra che una persona ricca sia moralmente colpevole di qualcosa.
Dimostra però una realtà più concreta: la capacità di influenzare le decisioni non è distribuita in modo uniforme. Alcuni individui e organizzazioni possono entrare in più stanze, mobilitare più risorse, attendere più a lungo e sostenere analisi, campagne e negoziati che la maggior parte della popolazione non potrebbe permettersi.
La disuguaglianza più profonda non consiste quindi soltanto nell’avere più denaro. Consiste nell’avere più possibilità di trasformare la propria preferenza in una realtà collettiva.
La mappa che deve esistere nel 2027
Il primo obiettivo del Progetto 3% non dovrebbe essere pubblicare frettolosamente mille nomi. Dovrebbe essere costruire la struttura capace di valutarli.

Nel 2027 la piattaforma dovrà permettere di partire da una persona e vedere incarichi, partecipazioni, società controllate, diritti di voto, fondi, attività di lobbying, infrastrutture, relazioni pubbliche e fonti. Dovrà essere possibile partire anche da una decisione — una legge, una fusione, un investimento o una tecnologia — e risalire ai soggetti che avevano interessi, accesso e capacità di influenza.
L’intelligenza artificiale potrà leggere registri, bilanci e migliaia di documenti. Ma non dovrà decidere da sola chi è potente. Il punteggio dovrà essere spiegabile, contestabile e corretto quando emergono dati migliori.
La prima risposta alla domanda «chi è il 3%?» è dunque questa: sono le persone e le organizzazioni che occupano i punti da cui capitale, regole, infrastrutture e informazione possono essere convertiti in decisioni.
Non sono invisibili. I loro nomi, incarichi e società sono spesso pubblici. Ciò che manca è la visione d’insieme.
Ed è proprio quella visione che il Progetto 3% deve costruire: non una lista di nemici, ma la prima geografia pubblica del potere reale.




