Una legge viene votata in Parlamento, firmata da un governo o applicata da un’autorità pubblica. È quello il momento che vediamo. È raramente il momento in cui la decisione è nata davvero. Quando il testo arriva alla votazione finale, molte delle alternative possibili sono già state escluse, le definizioni principali sono state scelte, gli esperti sono stati ascoltati e il campo del dibattito è stato delimitato.
Per capire come il 3% influenza le decisioni, non bisogna immaginare una telefonata segreta con cui un miliardario ordina a un ministro cosa fare. Quella rappresentazione è cinematografica, facile da raccontare e quasi sempre inutile. Il potere contemporaneo funziona in modo più sofisticato: finanzia competenze, costruisce accesso, prepara documenti, organizza coalizioni, fornisce dati e interviene nei passaggi tecnici che trasformano un principio politico in una regola applicabile.
Il vero potere, quindi, non consiste sempre nel prendere personalmente la decisione. Consiste nel contribuire a stabilire quali alternative arriveranno sul tavolo, quali appariranno realistiche e quali saranno considerate impossibili.
Il potere agisce prima del voto
Immaginiamo che un governo debba regolamentare un nuovo sistema di intelligenza artificiale. Il legislatore deve capire come funziona, quali rischi crea, quali imprese coinvolge, quanto potrebbe costare la regolazione, quali standard tecnici siano disponibili e quali conseguenze avrebbe ogni scelta.
Il problema è che lo Stato non possiede sempre, al proprio interno, tutte le informazioni necessarie. La tecnologia può evolvere più rapidamente delle competenze amministrative. Le aziende che costruiscono i sistemi conoscono dettagli che i regolatori non possono ricostruire facilmente. Le associazioni professionali conoscono le difficoltà operative. Le organizzazioni civiche conoscono rischi sociali e violazioni che il mercato tende a sottovalutare.
Consultare soggetti esterni è quindi normale e spesso indispensabile. Il lobbying, come ricorda l’OCSE, può fornire informazioni e partecipazione utili al processo democratico. Il rischio emerge quando la capacità di produrre documenti, partecipare a incontri e mantenere una presenza continua è distribuita in modo profondamente diseguale.
Una multinazionale può sostenere per anni un ufficio dedicato alle relazioni istituzionali. Può assumere specialisti, economisti, avvocati, ex funzionari e società di consulenza. Un piccolo gruppo di cittadini, una startup o un’associazione locale possono possedere argomenti altrettanto importanti, ma non la stessa capacità di trasformarli in una presenza costante.
Questa è la prima legge dell’influenza: prima ancora di convincere il decisore, bisogna riuscire a raggiungerlo con un messaggio preparato nel momento giusto.
La filiera che trasforma un interesse in una decisione
Il passaggio dal denaro alla legge non è una singola azione. È una catena. Ogni anello può essere legittimo, pubblico e perfettamente legale. È la combinazione degli anelli, e soprattutto la loro distribuzione diseguale, a produrre una capacità sistemica.
1. Definire il problema
Il primo vantaggio consiste nel riuscire a definire la questione prima che inizi la discussione pubblica.
Un’azienda non dirà necessariamente: «Non vogliamo essere regolamentati». Potrà sostenere che una normativa troppo rigida ridurrebbe l’innovazione, danneggerebbe le piccole imprese, spingerebbe gli investimenti all’estero o renderebbe il Paese dipendente da tecnologie straniere.
Un’associazione civica potrebbe descrivere lo stesso tema come un problema di diritti fondamentali, discriminazione, sicurezza o trasparenza. Un sindacato potrebbe concentrarsi sul lavoro. Un’autorità militare sulla sicurezza nazionale.
Chi riesce a imporre la definizione dominante del problema ottiene un vantaggio enorme. Se la regolazione viene raccontata principalmente come un costo, le soluzioni saranno orientate alla semplificazione. Se viene raccontata come protezione da un rischio grave, diventeranno accettabili obblighi più severi.
Il potere cognitivo comincia qui: non nel fornire la risposta, ma nel formulare la domanda alla quale tutti dovranno rispondere.
2. Ottenere accesso
L’accesso non garantisce il risultato, ma permette di entrare nel processo. Significa partecipare a incontri, audizioni, consultazioni, gruppi di esperti, workshop e conversazioni tecniche con funzionari e rappresentanti politici.
Il Registro per la trasparenza dell’Unione europea contiene oltre 12.000 rappresentanti di interessi. Le attività dichiarate possono comprendere incontri, partecipazione a consultazioni e audizioni, campagne di comunicazione, preparazione di documenti politici, proposte di emendamento, ricerche e sondaggi.
Il numero mostra quanto l’influenza organizzata sia parte ordinaria del processo istituzionale. Non dimostra che tutti i soggetti iscritti abbiano lo stesso peso. Non dimostra neppure che un incontro abbia modificato una decisione. Dimostra però l’esistenza di una vasta infrastruttura professionale costruita per raggiungere le istituzioni.
La ricerca economica sul lobbying
statunitense ha trovato che competenza tecnica e relazioni personali possono entrambe avere valore. Lo studio di Marianne Bertrand, Matilde Bombardini e Francesco Trebbi ha rilevato che alcuni lobbisti vengono ascoltati per la loro specializzazione, ma ha anche osservato un premio economico più consistente associato alle connessioni politiche.Questo non significa che conoscere un politico equivalga a controllarlo. Significa che l’accesso è una risorsa misurabile, e che chi lo possiede può presentare informazioni e richieste che altri non riusciranno mai a far arrivare nello stesso modo.
3. Produrre le informazioni che lo Stato utilizzerà
Quando una materia è complessa, il decisore dipende da qualcuno che traduca la realtà in dati comprensibili. È qui che il potere economico può trasformarsi in potere epistemico: la capacità di produrre ciò che viene considerato conoscenza utile.
Studi di impatto, previsioni occupazionali, analisi dei costi, pareri legali e simulazioni tecniche possono orientare una scelta senza contenere una sola istruzione esplicita. Se un ministero riceve molte analisi dettagliate da una parte e soltanto osservazioni generiche dall’altra, il confronto è già squilibrato.
Il problema non è che gli studi commissionati dalle imprese siano necessariamente falsi. Possono essere rigorosi e fornire informazioni indispensabili. Il problema nasce quando il decisore non dispone delle risorse per verificarne presupposti, dati mancanti e alternative.
L’OCSE sottolinea che i funzionari pubblici devono saper valutare l’affidabilità delle informazioni ricevute e che le regole formali non bastano senza competenze e capacità amministrativa.
Il potere del 3% non consiste quindi soltanto nel poter parlare più forte. Consiste nel poter arrivare con un documento già pronto, scritto nel linguaggio che l’istituzione riconosce e accompagnato da persone capaci di difenderlo tecnicamente.
4. Scrivere le alternative
Nel passaggio successivo, l’influenza si avvicina materialmente al testo della decisione.

Le linee guida europee sul Registro per la trasparenza includono tra le attività di rappresentanza la preparazione di documenti di posizione e di proposte di emendamento. Nel 2025 il Parlamento europeo, discutendo la trasparenza delle attività svolte per conto di soggetti di Paesi terzi, ha elencato espressamente tra le pratiche rilevanti anche la preparazione di bozze di modifica normativa.
Questo non significa che il legislatore copi automaticamente il testo ricevuto. Significa che una formulazione già preparata riduce il lavoro necessario per trasformare un interesse in un’opzione concreta.
Una richiesta generica come «proteggete l’innovazione» è politicamente debole. Una proposta che modifica tre parole, introduce un’esenzione precisa o ridefinisce una categoria può entrare direttamente nel negoziato.
Il potere tecnico lavora spesso nei dettagli: cosa significa “rischio significativo”, quali aziende sono esentate, quali dati devono essere pubblicati, chi può invocare il segreto commerciale, quanto tempo viene concesso per adeguarsi e quale autorità dovrà controllare.
La legge può restare severa nel titolo e cambiare profondamente nella definizione di una singola parola.
5. Costruire una coalizione
Un interesse appare più credibile quando non viene presentato come la richiesta isolata di un’unica azienda.
Le imprese possono agire attraverso associazioni industriali, camere di commercio, consulenti, studi legali e organizzazioni settoriali. Possono sostenere centri di ricerca, partecipare a fondazioni o collaborare con università. Le organizzazioni civiche possono unirsi in reti transnazionali. I sindacati possono coordinare categorie diverse.
Uno studio del National Bureau of Economic Research ha descritto il potere politico delle imprese come un sistema che comprende non soltanto lobbying e contributi elettorali, ma anche connessioni, filantropia, campagne pubbliche, mobilitazione dei dipendenti e altri canali meno visibili.
Un’altra ricerca sulle fondazioni associate a grandi società statunitensi ha osservato che le donazioni a organizzazioni presenti in un distretto aumentavano quando il rappresentante di quel distretto otteneva un ruolo in commissioni rilevanti per l’impresa collegata. Lo studio identifica un’associazione statistica e non dimostra che ogni donazione fosse uno scambio politico, ma mostra perché anche la filantropia debba essere osservata come possibile canale di relazione.
Il Progetto 3% dovrà quindi mappare non soltanto l’attore che presenta formalmente una richiesta, ma anche finanziatori, intermediari, associazioni e reti che ne amplificano la voce.
Il caso dell’AI Act: la legge continua dopo il voto
L’Unione europea ha approvato l’AI Act nel 2024. Potrebbe sembrare che la decisione fondamentale sia terminata con il voto. In realtà, una legge complessa continua a essere costruita attraverso codici di condotta, modelli documentali, linee guida interpretative, standard e attività di applicazione.
Il
Codice di buone pratiche per i modelli di intelligenza artificiale per finalità generali è un esempio perfetto. È uno strumento volontario che spiega come i fornitori possano dimostrare il rispetto di alcuni obblighi dell’AI Act. Chi aderisce può ottenere maggiore certezza giuridica e una riduzione dell’onere amministrativo rispetto a chi dimostra la conformità con mezzi differenti.La Commissione descrive il processo come ampio e multilaterale. Tredici esperti indipendenti hanno guidato la redazione; oltre 1.400 partecipanti provenienti da industria, università, società civile, titolari dei diritti e Stati membri hanno preso parte al percorso; sono state raccolte più di 1.600 osservazioni scritte attraverso tre cicli di consultazione e 40 workshop.
Questi numeri mostrano un processo molto più aperto della vecchia immagine della normativa scritta in una stanza chiusa. Mostrano anche quanto sia importante possedere persone capaci di partecipare ripetutamente, analizzare ogni nuova bozza e inviare osservazioni tecniche in tempi stretti.

I fornitori dei modelli, in quanto destinatari principali delle regole, sono stati invitati anche a workshop dedicati con i presidenti e vicepresidenti dei gruppi di lavoro. La Commissione sostiene che questo coinvolgimento sia stato inserito in un processo trasparente e inclusivo.
Corporate Europe Observatory e LobbyControl hanno invece sostenuto, in un’indagine del 2025 basata su interviste e documenti di lobbying, che le grandi imprese tecnologiche abbiano goduto di vantaggi strutturali e abbiano contribuito a indebolire alcune misure proposte nelle prime versioni. Questa è una valutazione critica di due organizzazioni, non una decisione giudiziaria né la prova che il codice sia stato scritto dalle aziende. La Commissione ha continuato a descrivere il percorso come indipendente e multilaterale.
La distinzione è fondamentale. Possiamo documentare l’accesso, i workshop, le osservazioni e le modifiche tra le bozze. Per dimostrare che una richiesta specifica abbia prodotto una modifica specifica servono invece il documento presentato, la cronologia dei testi, i verbali e una corrispondenza sufficientemente chiara.
Il Progetto 3% non dovrà scrivere: «Big Tech ha deciso l’AI Act». Dovrà ricostruire una catena più precisa:
azienda o associazione → posizione dichiarata → incontro o contributo → formulazione richiesta → modifica osservabile → motivazione ufficiale → risultato finale.
Quando la catena è completa, possiamo parlare di influenza documentata. Quando mancano alcuni passaggi, dobbiamo parlare di accesso, pressione dichiarata o coincidenza, non di controllo.
La parte più invisibile viene dopo la legge
L’opinione pubblica presta molta attenzione all’approvazione parlamentare e molto meno all’attuazione. Eppure è proprio nell’attuazione che principi generali diventano obblighi, esenzioni, formulari, standard tecnici e controlli.
Nel luglio 2026 la Commissione europea ha pubblicato le linee guida sugli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 dell’AI Act, destinati ad applicarsi dal 2 agosto 2026. Le linee guida chiariscono, tra le altre cose, quando gli utenti debbano essere informati di interagire con un’AI e come debba essere segnalato il contenuto generato o manipolato artificialmente.
Prima della pubblicazione, la Commissione aveva aperto una consultazione e organizzato gruppi di lavoro con fornitori, sviluppatori di tecnologie di rilevazione, rappresentanti industriali, organizzazioni civiche e accademici. I partecipanti avevano discusso fattibilità tecnica, interoperabilità, costi per le piccole imprese, accessibilità e rischio di creare troppi avvisi per gli utenti.
Queste discussioni sono legittime e necessarie. Ma mostrano anche che una decisione politica come «rendiamo riconoscibili i contenuti artificiali» non contiene ancora la vera regola. La vera regola emerge quando si stabilisce cosa debba essere marcato, quale tecnologia sia sufficiente, chi sia responsabile e quali eccezioni siano ammesse.
Chi possiede le competenze tecniche per partecipare a questa fase può esercitare un’influenza più concreta di chi aveva soltanto sostenuto o contestato la legge nel dibattito pubblico.
Le porte girevoli: conoscenza o connessione?
Il passaggio di persone tra settore pubblico e privato viene chiamato “porta girevole”. Un funzionario può diventare consulente di un’industria. Un dirigente privato può entrare in un’autorità pubblica. Un ex parlamentare può rappresentare interessi presso l’istituzione in cui ha lavorato.
Questi passaggi non sono automaticamente illeciti. Possono portare competenze rare dentro lo Stato e permettere alle imprese di capire meglio le regole. Ma possono anche creare conflitti, accesso privilegiato e uso di conoscenze o relazioni maturate durante il servizio pubblico.
Nel 2026 l’OCSE rilevava che periodi di raffreddamento per i funzionari in uscita erano previsti in 42 Paesi esaminati, pari al 70%. Le regole applicabili al movimento opposto
Una mappa seria non deve presentare ogni cambio di lavoro come una prova di cattiva condotta. Deve registrare la cronologia: incarico pubblico, materia seguita, periodo di raffreddamento, nuovo datore di lavoro, clienti rappresentati e decisioni eventualmente collegate.
L’influenza diventa dimostrabile soltanto quando la relazione incontra un fatto concreto.
Il denaro politico è un canale diverso
Lobbying e finanziamento della politica non sono la stessa cosa. Il lobbying cerca di influenzare decisioni e funzionari. Il finanziamento sostiene candidati, partiti e campagne. I due sistemi possono però incontrarsi attraverso persone, comitati e priorità condivise.
Negli Stati Uniti, i dati depositati presso la Federal Election Commission indicavano che 8.816 comitati politici federali avevano raccolto complessivamente 6,3 miliardi di dollari tra gennaio 2025 e marzo 2026. Questa cifra comprende tipologie molto diverse di comitati e non misura quanto denaro abbia prodotto una specifica decisione. Mostra però la scala dell’infrastruttura finanziaria che circonda la competizione politica.
Parallelamente, il Lobbying Disclosure Act impone rapporti periodici sui clienti, sulle aree tematiche affrontate e, in alcuni casi, sui contributi politici dei lobbisti. Anche qui, la divulgazione di un pagamento o di un incontro non dimostra che un voto sia stato comprato. Permette però di ricostruire il contesto in cui le decisioni vengono prese.
Il Progetto 3% dovrà quindi tenere separati almeno tre livelli: il denaro destinato alla politica, il denaro speso per rappresentare interessi e il beneficio economico prodotto da una decisione. Confonderli genererebbe accuse facili e analisi sbagliate.
Le regole di trasparenza mostrano quanto ancora non vediamo
L’Unione europea ha rafforzato gli obblighi di pubblicazione. Dal gennaio 2025, il personale della Commissione con funzioni dirigenziali deve incontrare rappresentanti registrati e pubblicare entro due settimane informazioni e verbali delle riunioni, compresi i punti principali e le posizioni espresse.
È un cambiamento importante, perché estende la trasparenza oltre i soli vertici politici. Ma la Corte dei conti europea ha rilevato che il Registro continua ad avere lacune: copertura limitata di alcune attività, differenze tra istituzioni, incontri spontanei non sempre registrati, dati incompleti e strumenti pubblici poco adatti a ricostruire facilmente l’intero percorso di influenza.
L’OCSE rilevava nel 2025 che il 67% dei Paesi membri disponeva di un registro pubblico. Tra i Paesi dotati di registro operativo, soltanto 12 richiedevano di specificare le iniziative legislative o regolamentari prese di mira e soltanto sette richiedevano la divulgazione dei budget o delle spese.
Conoscere il nome del lobbista, quindi, non basta. Bisogna sapere chi rappresenta, quale testo vuole modificare, quale posizione sostiene, quanto spende, chi incontra e quale versione della decisione emerge dopo l’incontro.
In Italia la mappa è ancora più difficile
La situazione italiana rende il progetto particolarmente necessario. Nel rapporto 2026, l’OCSE attribuiva all’Italia il rispetto del 60% dei criteri normativi sul lobbying e del 44% dei criteri relativi alla pratica. La Camera dei deputati possiede un proprio registro, ma non esisteva ancora una disciplina generale applicabile all’intero sistema pubblico.
Il 29 gennaio 2026 la Camera ha approvato una proposta organica sulla rappresentanza degli interessi. Il testo, diventato disegno di legge S.1780, risultava ancora in esame nella Commissione Affari costituzionali del Senato il 23 giugno 2026, quando è stato adottato come testo base per l’esame congiunto di diverse proposte.
Il testo definisce la rappresentanza degli interessi come contributo alla formazione delle decisioni pubbliche e richiama pubblicità, pluralismo, trasparenza e conoscibilità dei processi. È un passaggio importante, ma fino all’approvazione definitiva e all’attuazione concreta la possibilità di ricostruire l’influenza rimane frammentata.
Per un cittadino italiano è ancora molto difficile partire da una legge e ottenere una risposta completa a domande semplici: chi ha chiesto questa modifica? Chi è stato incontrato? Quali documenti sono stati presentati? Quali interessi finanziavano le organizzazioni ascoltate?
La mappa del Progetto 3% deve partire dalle decisioni
Il primo articolo ha costruito una mappa dei soggetti influenti. Questo secondo passaggio suggerisce un metodo complementare: non partire soltanto dalle persone, ma dalle decisioni.

Selezioniamo una legge, un regolamento, una fusione, una licenza, un finanziamento pubblico o uno standard tecnologico. Poi ricostruiamo la filiera.
Fase uno: il segnale. Quale problema pubblico ha aperto il processo?
Fase due: gli interessi. Chi avrebbe guadagnato, perso
o modificato la propria posizione?Fase tre: l’accesso. Quali soggetti hanno incontrato decisori, partecipato a consultazioni o inviato documenti?
Fase quattro: le proposte. Quali modifiche concrete sono state richieste?
Fase cinque: gli intermediari. Quali associazioni, consulenti, studi, fondazioni o centri di ricerca erano coinvolti?
Fase sei: la trasformazione. Come è cambiato il testo tra le varie versioni?
Fase sette: l’esito. Quali richieste sono entrate nella decisione e con quale motivazione ufficiale?
Fase otto: l’applicazione. Chi interpreta, controlla ed eventualmente sanziona?
Il risultato dovrebbe essere una vera impronta pubblica della decisione: una pagina in cui ogni cittadino possa vedere chi è intervenuto, cosa ha chiesto, quali dati ha fornito e quali elementi non sono ancora conoscibili.
Ciò che possiamo dimostrare e ciò che dobbiamo lasciare aperto
Un incontro dimostra che due soggetti si sono incontrati. Una proposta dimostra che qualcuno ha chiesto una modifica. Una donazione dimostra un trasferimento economico. Una porta girevole dimostra un passaggio professionale.
Nessuno di questi elementi, da solo, dimostra che la decisione sia stata comprata o controllata.
Per parlare di influenza documentata servono più passaggi collegati: una posizione identificabile, accesso al processo, una modifica coerente e una cronologia credibile. Anche allora possono esistere spiegazioni alternative: altri soggetti possono avere richiesto la stessa soluzione, il decisore può essere arrivato autonomamente alla medesima conclusione oppure nuovi dati possono aver modificato il quadro.
Il Progetto 3% diventerà forte non quando sarà sicuro di tutto, ma quando saprà mostrare esattamente dove finiscono i documenti e dove comincia l’interpretazione.
Il potere che non ha bisogno di dare ordini
La forma più avanzata del potere non obbliga necessariamente qualcuno a obbedire. Costruisce l’ambiente nel quale una scelta appare ragionevole.

Finanzia gli esperti che possiedono il tempo per studiare. Mantiene le relazioni che permettono di entrare nella stanza. Produce i dati che il decisore utilizza. Prepara le parole con cui una richiesta può diventare un articolo di legge. Continua a lavorare quando l’attenzione pubblica si è già spostata altrove.
Questo non significa che la democrazia sia una finzione. Significa che la democrazia non può essere misurata soltanto contando i voti finali. Deve essere osservata durante l’intero percorso che costruisce le alternative.
Il 3% influenza le decisioni quando riesce a trasformare risorse private in capacità continuativa di partecipare alla produzione delle regole pubbliche.
La risposta non è escludere imprese, associazioni o competenze dal processo. È rendere visibili la filiera, gli interessi, i documenti e le modifiche.
Perché una decisione non diventa davvero pubblica quando viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Diventa pubblica quando possiamo capire anche come è arrivata fin lì.




